di Karla Zilliken

Rottamare le auto non basta Il cambiamento passa dalle abitudini

29 apr 2022

Nuove esigenze, nuove domande e la necessità di trovare nuove risposte. Anche il mondo della mobilità affronta questo periodo che definire “di transizione” è probabilmente riduttivo. Per fare un viaggio in questo mondo in cui proprio il viaggio è protagonista, ci siamo fatti accompagnare da un’autorità in materia, il professore Matteo Colleoni, docente di Politiche urbane nel corso di laurea magistrale in Analisi dei processi sociali dell’Università di Milano-Bicocca e di Sociologia del turismo del corso in Scienze del turismo e comunità locale oltre che, tra le altre cose, di Mobility and urban changes per il dottorato di ricerca Urbeur-Urban Studies.

Gli elementi negativi «L’esigenza che è sorta è reale e riassuntiva dell’aumento dell’attenzione sia delle amministrazioni centrali ministeriali, sia in quelle locali sui temi della sostenibilità e dello sviluppo sostenibile - spiega il prof. Colleoni - Il tema che sta guidando le trasformazioni strutturali nel campo della mobilità perché questo, come tanti altri comparti sta soffrendo una struttura legata da elementi di negatività». La mobilità di per sé è un elemento molto positivo e questo il prof. Colleoni tiene subito a specificarlo per inquadrare l’argomento: «La mobilità di per sé è qualcosa di molto positivo. La società è mobile; le merci pure. Questo ha ampliato le possibilità di vita e di scambio tra le persone. Si tratta però di una struttura caratterizzata da una fortissima dipendenza da veicoli privati e, per di più, con una fortissima dipendenza dai carburanti tradizionali. Questi due aspetti hanno quindi portato a conseguenze negative dal punto di vista degli elementi inquinanti». Polveri, quelle sottili, che non possono essere nascoste sotto il tappeto come quelle “tradizionali”: «Il 25 per cento delle emissioni di Co2 è prodotto dai trasporti; di questo, circa il 75 per cento è dovuto al trasporto su terra, che sia su strada ma anche ferroviario. Ecco, in questo momento in Italia abbiamo un parco veicolare negativo, perché è molto, forse troppo consistente». Traducendo in numeri, su cui è necessario basarsi per effettuare un’analisi completa, in Italia ci sono «circa 52 milioni di veicoli, secondo l’Aci. Di queste, 39 milioni sono autovetture. Il problema è che si tratta di un parco auto vecchio e inquinante. Sempre secondo questi dati, le automobili hanno una vita mediana di undici anni e circa il 90 per cento di questo parco è composta da motorizzazioni diesel e benzina».

Buoni segnali A che punto siamo con le automobili ibride e elettriche? «Queste due motorizzazioni hanno saldi di variazione molto positivi e quindi sulle nuove immatricolazioni numeri sono molto positivi ma in realtà non superano l’1 per cento del parco veicolare». E se non va bene nel parco auto privato, meglio non va per quanto riguarda il trasporto pubblico: «Anche il trasporto pubblico vive questa situazione - prosegue il docente - Secondo i dati del ministero delle infrastrutture e dei trasporti hanno circa dieci anni di età. Quindi abbiamo in definitiva un parco privato di trasporto pubblico vecchio e abbastanza inquinante. Un parco tradizionale». L’aria di cambiamento però è tangibile: «I segni di cambiamento ci sono e sono molto positivi. I tassi di incremento delle nuove motorizzazioni sono molto buoni, per quanto inferiori ai Paesi che per primi si sono mossi su questo versante. Il ministero, poi, sta investendo tantissimo nel rinnovamento del parco veicolare e nel parco del trasporto pubblico, aumentando i fondi distribuiti agli enti locali che, a loro volta, li ridistribuiscono».

Le scelte Preso atto del parco vetture, ci si deve addentrare nel sistema della mobilità ed è necessario analizzare il “riparto modale”: «In parole povere significa come si ripartiscono le scelte di spostamento dei cittadini - specifica Colleoni - I dati Isfort, l’Istituto di formazione e ricerca per i trasporti, che produce i dati di indagine sulla domanda di mobilità, il 60 per cento della mobilità avviene a bordo di auto private, il 24 per cento avviene con la mobilità attiva, che sia a piedi o in bici e solo l’11 per cento avviene grazie al trasporto pubblico». Questi dati non sono particolarmente rassicuranti: «Siamo lontani dalle indicazioni della Comunità europea che ci chiederebbe di avere un’equa ripartizione al 33 per cento. Invece abbiamo il doppio della mobilità veicolare privata. La mobilità attiva è invece molto bassa e sappiamo quanto sia importante non solo per l’ambiente ma anche per salute delle persone». La riflessione ha ora bisogno di stringersi verso una conclusione: «Abbiamo migliori tassi di immatricolazione di auto meno inquinanti e un ammodernamento del trasporto pubblico ma non basta, perché c’è un altro problema che si è verificato negli ultimi 30 anni, si tratta della dispersione». In che senso? È presto detto.

Gli insediamenti «È molto aumentata la dispersione abitativa e degli insediamenti. Non solo le abitazioni, ma anche le imprese si sono molto dispersi sul territorio. Lo sprawl urbano è una tendenza che ha un suo significato, perché si costruisce dove c’è spazio e dove i costi sono più bassi ma dove si crea dispersione, si crea anche una diversa domanda di mobilità. Vengono dispersi gli attrattori e i generatori di mobilità». Nonostante quello che abbiamo visto durante la pandemia, i dati parlano chiaro e dicono che «non è aumentata la mobilità di prossimità entro 2 chilometri che, anzi, è diminuita dal 38 al 32 per cento dal 2001 al 2020. È invece aumentata dal 17 al 22 per cento la mobilità di medio raggio. È un cambiamento che può sembrare controintuitivo ma non lo è. La pandemia è durata tanto ma non abbastanza da far cambiare le abitudini relative alla mobilità. L'unica cosa che ha fatto di positivo è che ha avuto la capacità di aumentare la mobilità di prossimità ma soprattutto la mobilità attiva, anche se questi cambiamenti sono durati poco.

Conseguenze e prospettive «Dopo la pandemia, il traffico in realtà è aumentato, con diminuzione del trasporto pubblico. Su di poco la mobilità attiva. Tutto questo si legato all’aumento della mobilità di medio raggio da 10 a 50 km. A ogni censimento aumenta la quota di persone che va a lavorare fuori dal Comune in cui vivono. Una persona su due cambia Comune per andare al lavoro. È un elemento che non funziona nel sistema di mobilità: è aumentata la distanza degli spostamenti. Spostandosi per più chilometri con vetture vecchie, le persone inquinano di più. Auto nuove e meno inquinanti? Lo stiamo facendo con discreti risultati. Più soldi da ministeri e governo per avere un rinnovamento del parco pubblico? Lo stiamo facendo. la cosa davvero difficile è cambiare le abitudini di vita. Servono politiche di tipo territoriale e urbanistico. Se, da una parte, si disperdono gli insediamenti, questo non deve peggiorare la mobilità. Ecco perché si elaborano i Pums, i piani urbani per la mobilità sostenibile e quelli metropolitani che sono ancora meglio perché cercano di mettere a sistema le esigenze di territori più vasti e in definitiva si deve ragionare di area vasta. Questi piani valutano dove siano i generatori e gli attrattori di mobilità e dove sono i flussi da variare in maniera più sostenibile possibile.

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