di Marino Smiderle

Scaroni: «Sull’energia paghiamo i troppi “no” degli italiani»

L'intervista 30 apr 2022

Se il mondo appartiene a quelli che hanno maggiore energia, come sosteneva il visconte Alexis de Tocqueville, al momento siamo messi male. E se la Russia decidesse di chiudere i rubinetti del gas come ha già fatto con Polonia e Bulgaria, l’Italia sarebbe messa ancora peggio. Per Paolo Scaroni, vicepresidente di Rothschild, già amministratore delegato di Eni dal 2005 al 2014 e da 8 anni titolare di un master di geopolitica dell’energia alla Bocconi, una dose massiccia di responsabilità ce l’hanno gli italiani.
«Intendo proprio i cittadini italiani - precisa - non la politica. In termini energetici gli italiani hanno fatto harakiri. A furia di dire no ai rigassificatori, no alle trivellazioni in Adriatico, no al nucleare, no alle rinnovabili, hanno finito col pensare che l’unica soluzione fosse quella di comprare gas. E in questo senso abbiamo fatto peggio della Germania, visto che usiamo il gas anche per produrre l’energia elettrica. 

Senta, lei è stato alla guida di Enel prima e di Eni poi, i due giganti del settore energetico nazionale: ha mai provato a spiegare che c’era bisogno di qualche sì?

Le racconto l’approccio italiano ai rigassificatori, per citare una delle infrastrutture di cui avevamo, e abbiamo, maggior bisogno. Ero all’Enel nel 2003 quando c’era in ballo il rigassificatore di Porto Empedocle, poi abbiamo provato anche con Brindisi. Risultato? Alla fine è stato realizzato un rigassificatore a Rovigo in mezzo al mare, una pazzia economica dal momento che è costato un miliardo e mezzo, quando il costo medio di un’opera del genere a terra è di 500 milioni. Ma in Italia appena pronunci la parola rigassificatore nasce un comitato di oppositori. Noi italiani siamo responsabili dei nostri guai energetici.

La questione del gas porta alla Russia. Come è che il legame con l’Italia è così stretto? Conta forse l’amicizia personale che c’era tra Silvio Berlusconi e Vladimir Putin?
Non è vero. Mentre sono stato alla guida dell’Eni si sono succeduti tanti governi, da Berlusconi a Romano Prodi, da Mario Monti a Enrico Letta: tutti, e dico tutti, sono stati grandi amici della Russia. Dirò di più, l’Italia ha avuto un legame speciale con l’Unione sovietica dai tempi di Palmiro Togliatti, di Enrico Mattei. Lo stesso legame speciale con Mosca che ha la Germania. 

Ora però Putin ha invaso l’Ucraina, c’è una guerra in corso e l’Italia di Mario Draghi è senza se e senza ma dalla parte dell’Ucraina. Dovevamo adottare una posizione diversa?
Ovvio che no, noi siamo atlantici e il fatto che nel 2022 un Paese pianifichi e attui un’invasione in Europa è una cosa contraria al nostro spirito. E per questo capisco anche le reazioni dell’Ue e degli Stati Uniti. 

Quindi approva le sanzioni severe che sono state adottate nei confronti di Mosca?
Non potevamo certo restare impassibili. Che poi le sanzioni, per quanto severe, sortiscano veramente l’effetto che vorremmo, è tutto da vedere. Sto leggendo un libro che spiega come le sanzioni applicate nel ’36 all’Italia dopo la conquista dell’Etiopia abbiano paradossalmente avuto un effetto positivo per il nostro Paese, che fu indotto a dotarsi di strutture industriali proprio per ovviare a quei provvedimenti.

Quindi, in pratica, le sanzioni non servono a niente?
Quando penso alla situazione della Russia e all’approccio occidentale, mi vien in mente un titolo del Times prima della seconda guerra mondiale: «Nebbia sulla Manica, il continente è isolato». Ecco, siamo in quella logica. Se le sanzioni alla Russia non vengono applicate da Cina e India, per citare i due Paesi più popolosi, l’efficacia cala paurosamente. Ho l’impressione che stiamo allontanando da noi la Russia senza ottenere però risultati in grado di giustificare i danni che provochiamo a noi stessi. Nel contempo sono consapevole che l’Occidente in questo momento non ha alternative.

Cosa dobbiamo fare per rinunciare al gas che stiamo importando dalla Russia? E possiamo rinunciarci?
Se davvero vogliamo rinunciare ai 30 miliardi di metri cubi dio gas che arrivano da Mosca nell’ambito dei 70 miliardi dei nostri consumi complessivi, per prima cosa dobbiamo renderci conto che ci vuole tempo.

Quanto tempo?
Se diciamo tre anni, diciamo poco. E in contemporanea dobbiamo avviare un programma intenso di attività alternative. E, mentre lo facciamo, dobbiamo anche incidere sui consumi dei cittadini e delle imprese. Con la consapevolezza che anche tutti gli altri Paesi faranno la stessa cosa, spingendo così i prezzi ai massimi.

Quanto rischiano le imprese in questo frangente? 
Parecchio. Per sostituire una parte importante del gas che ora importiamo dalla Russia con gas liquido che andremo a comprare competendo con tanti altri Paesi, le aziende italiane saranno costrette a pagarlo molto di più di quanto pagheranno la Cina per il gas russo e gli Usa per il gas domestico. Non la vedo bene per le aziende energivore. Se facessi piastrelle a Sassuolo sarei preoccupato. Se negli Usa producono le piastrelle pagando il gas un quarto di quel che pago io, non vado lontano. Rinunciare al gas russo, in sintesi, è difficile e costoso. 

Lei ha avuto modo di conoscere Putin, che idea si è fatto di questa invasione? Da come stanno andando le cose, non crede che la guerra stia costando parecchio alla Russia?
Se lei e io ci fossimo incontrati 10 anni fa e mi avesse chiesto cosa succede se l’Ucraina insiste nel chiedere l’adesione alla Nato, io le avrei risposto secco: la invadono. Per un russo l’idea che l’Ucraina faccia parte della Nato è impensabile. 

Però partire con una campagna militare di questo tipo senza che la questione dell’adesione fosse realmente sul tappeto si è trasformato in un azzardo inaccettabile...
Ribadisco che un’invasione di uno stato libero in Europa non può essere accettata, secondo me Putin ha fatto un errore di valutazione. Pensava che il presidente Zelensky cadesse subito e pensava di sostituirlo con un generale ucraino. Calcolando che in più del 50% delle case ucraine si parla russo, Putin contava di ottenere rapidamente anche quello che voleva dal punto di vista territoriale. Le cose stanno andando molto diversamente.

Tornando al gas che potrebbe mancare, pensa che spingere sulle fonti energetiche alternative possa essere una soluzione efficace?
Conviene partire da un dato: sulle rinnovabili, e mi riferisco a solare ed eolico, dal 2004 al 2021 nel nostro pianeta sono stati investiti 3,4 trilioni di dollari. Il punto è che queste fonti energetiche rappresentano solo il 2,5% dei consumi totali. Siamo all’inizio inizio del processo. Per arrivare alle emissioni zero entro il 2050, che è l’ambizioso obiettivo che si è data l’Europa, dobbiamo investire una quantità di denaro spaventosa e senza più nucleare non ce la facciamo. 

La guerra può diventare paradossalmente un acceleratore di questo processo di trasformazione?
Detto che non avevamo bisogno di questo acceleratore, siccome dobbiamo sostituire il gas russo effettivamente questa congiuntura potrebbe favorire il ricorso alle rinnovabili, almeno per la produzione di energia elettrica. Tenendo però presente che l’altra faccia della medaglia è stata la “riscoperta” delle centrali a carbone che ora stanno andando a pieno regime, tanto è vero che il prezzo è ai massimi. Ma questa vorrei considerarla una fase temporanea.

L’altra mossa è quella di andare a prendere i 30 miliardi di metri cubi di gas russo da qualche altra parte. Com’è messa l’Italia da questo punto di vista?
Noi abbiamo una carta in più: l’Eni. Il gas prima deve esserci, poi deve essere nelle mani di un Paese amico disposto a darcelo e infine bisogna trattarlo e portarlo. L’Eni è la numero uno al mondo in assoluto per la sua capacità di esplorazione. Basti ricordare i giacimenti scoperti in Congo, in Egitto, in Mozambico. 

Posti non comodissimi...
Per quello dico che ci vogliono almeno tre anni, bene che vada, per sostituire la fornitura russa. Il processo è complicato. Già è tanto averlo trovato, il gas. Poi bisogna portarlo, provvedere alla sua liquefazione e infine, una volta trasportato con le navi in Italia, riagassificarlo. Ricorda cosa le dicevo prima a proposito dei rigassificatori? Ecco, la Spagna ne ha sette, noi siamo fermi per paure assurde: non c’è mai stato un incidente al mondo. Tenga presente che questo ragionamento che stiamo facendo per l’Italia lo stanno facendo anche tutti gli altri Paesi, con le conseguenze immaginabili già ricordate sui livelli dei prezzi.

Da quanti Paesi si rifornisce l’Italia?
La diversificazione dei fornitori è sempre stata una sorta di ossessione dell’Eni, specie quando era la monopolista del gas. Ai tempi abbiamo cercato di diversificare al massimo: Algeria, Libia, Olanda, Norvegia e Russia erano i cinque Paesi da cui importavamo gas via tubo. Poi abbiamo lanciato anche il progetto Azerbaigian. Di questi, l’Olanda il gas lo ha praticamente finito mentre la Norvegia praticava i prezzi più alti, influenzati da un “premio” sulla garanzia di sicurezza. La Libia potrebbe venderci molto più gas, ma è un Paese instabile e complesso, mentre l’Algeria stava progressivamente diminuendo le sue produzioni.

Restava la Russia, la più sicura. Almeno prima della guerra.
Certo, la Russia era una fonte considerata tranquilla. Riporti l’orologio indietro di un anno. Con la Gazprom le negoziazioni contrattuali erano difficili ma quando firmavano rispettavano le condizioni alla lettera. E comunque, rispetto alla Germania che prende il gas solo da Norvegia e Russia, o rispetto all'Austria che lo prende solo dalla Russia, l’Italia è in condizioni migliori.

E c’è anche il Tap, il gasdotto trans-adriatico che molti dei nostri attuali rappresentanti di governo volevano affossare...
Meno male che c’è: potrà darci 11 miliardi di metri cubi, anche se l’Azerbaigian fa parte del mondo russo, e parlare di diversificazione di fornitura è un po’ una forzatura. C’è anche la grande scoperta del giacimento di Zohr in Egitto: in questo caso il gas può essere liquefatto in loco, ma resta il problema dei rigassificatori. Ricordo quando nel 2003 portai i sindaci dei comuni pugliesi a vedere un rigassificatore in in Francia, per convincerli a farlo a Brindisi. Un sindaco chiese all’omologo francese perché mai avesse deciso di farlo. «Semplice - rispose - me l’ha chiesto la Francia». Da noi l’Italia chiede ma gli italiani rispondono sempre di no. 

 

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