Di Karl Zilliken

Gli artigiani precursori «Noi "verdi" da dieci anni»

dalla parte delle imprese 10 giu 2021
Un artigiano sta installando un pannello fotovoltaico: da tempo l'associazione è impegnata nel promuovere la sostenibilità Un artigiano sta installando un pannello fotovoltaico: da tempo l'associazione è impegnata nel promuovere la sostenibilità

La sostenibilità è artigiana. Da oltre un decennio Confartigianato si è fatta interprete, a suo modo, di proporre interventi che mirino a rigenerazioni e economie circolari. Lo ricorda il presidente di Confartigianato Imprese Vicenza, Gianluca Cavion, coadiuvato da Andrea Rossi che si occupa in maniera specifica dei progetti dedicati a questo tema: «Siamo partiti in tempi non sospetti, nel 2010, con il progetto "Futuro elettrizzante", che parlava di colonnine elettriche nel territorio. Già allora si intravvedeva il primo punto di contatto su micro-mobilità artigiana di corto raggio. Allora il tema era citato da pochi, ma siamo stati una delle prime associazioni di categoria a occuparsene. Il tema è stato coltivato negli anni, anche con Reborn, il progetto per la riconversione di un motore termico in un ibrido a bordo di una Fiat Panda. E poi abbiamo continuato con Citemos, in cui si va a toccare il tema della mobilità e quello della sostenibilità».
«Molti dei nostri imprenditori - ricorda Cavion - sono parte attiva della sostenibilità, nel settore della moda, degli impianti per la casa con percorsi molto interessanti sul fotovoltaico. C'è un panorama molto diversificato, anche sullo smaltimento dei rifiuti e per la filiera automotive. Sul tema della sostenibilità c'è un'elevata sensibilità da parte di molti tra i nostri imprenditori, aziende molto attente al territorio, al benessere dei dipendenti che hanno l'obiettivo di lasciare un mondo migliore ai nostri figli».
L'associazione di categoria si farà promotrice di un panel che coinvolgerà alcune tra le figure chiave per sviluppare i temi legati alla sostenibilità. Tra loro, Francesco Musco, architetto e urbanista, professore di Tecnica e pianificazione urbanistica allo Iuav di Venezia: «La sostenibilità è un tema di cui si parla da almeno 30 anni - ricorda l'accademico - ma l'agenda delle Nazioni Unite ha dato una spinta, proponendo 17 punti che hanno un'esatta collocazione spazio-temporale. Per creare la sostenibilità operativa nella pratica, dobbiamo entrare nelle azioni di gestione, programmazione e pianificazione delle città. Ci devono essere persone fisiche nelle città che si occupino di questo in un processo e in un flusso in maniera integrata. Ci deve essere un cambiamento complessivo sul lato della pubblica amministrazione ma dall'altro lato si deve agire sulla società civile e sul sistema privato, perché le Pa agiscono su una quota parziale del processo. Possono regolamentare e indirizzare, nelle città esistono luoghi di loro proprietà ma non costituiscono "la gran parte" della città. Non esiste una sostenibilità se la si declina solo all'interno del processo produttivo dell'impresa. È solo una parte della questione e riguarda i temi dell'anti-inquinamento, una cosa molto specifica e legata a un processo regolativo». «Il tema della sostenibilità aziendale in senso ampio - prosegue Musco - significa che l'impresa sta in un territorio, in una città e tutto deve essere integrato. Molti dei 17 punti dell'agenda Onu hanno una dimensione territoriale, spaziale e di rete e implicano una progettazione della relazione. La resilienza implica una dimensione ancora più strategica che deve dare la garanzia della capacità del territorio, delle città e delle regioni di resistere a impatti estremi, qualsiasi essi siano. La resilienza alla pandemia è stata zero, specialmente su alcun sistemi».
E rispetto alle variazioni globali del clima? «Sembra, a volte, che ce ne siamo scordati. Basta pensare alle alluvioni per quanto riguarda Vicenza. Non si può prescindere dal rapporto con gli eventi estremi. L'ingaggio delle imprese in questi processi è nel capire che la sostenibilità e la resilienza non vanno cercate solo dentro le proprie mura. Bisogna lavorare su economia circolare, filiere e mobilità. Se produco bene a Vicenza con componentistica che arriva dalla Cina c'è comunque qualcosa che non funziona»
La professoressa del dipartimento di scienze economiche dell'Università di Padova Eleonora Di Maria spiega: «Nell'idea di economia circolare, c'è il nuovo paradigma di come andare a costruire la competitività delle imprese. È anche un enorme progetto di innovazione in cui proprio le imprese hanno un ruolo importante. Si parla della capacità di non impattare negativamente, utilizzando meno risorse e, quindi, usufruendone più a lungo siano esse input o prodotti. E penso al tema dei rifiuti. L'attività di innovazione è tipica delle imprese che sono chiamate a fare propri questi principi. Serve una forte collaborazione per lavorare in filiera e tra filiere e le aziende devono capire che spazi di investimento hanno. Un altro aspetto, se pensiamo all'economica circolare, è la possibilità di immaginare un nuovo modo di competere: utilizzare sempre meglio le risorse apre uno spazio a nuovi modelli di business. Si passa dalla vendita del prodotto al suo utilizzo e, quindi, alla vendita di un servizio. Le imprese sono chiamate a ripensare alle proprie strategie perché non ci sono soltanto richieste di mercato ma una maggiore sensibilità nei clienti, anche industriali, alla sostenibilità». Di Maria si sofferma poi sull'equilibrio tra investimento sulla sostenibilità e profitto: «Le imprese più attente all'ambiente sono più solide. Ovviamente ci sono tensioni che un'impresa vive, sociali e economiche che possono andare verso la giusta direzione con nuovi modelli di business. Ma possono essere anche negative, perché determinate scelte dal punto di vista ambientale possono avere un impatto sui costi e, quindi, sui prezzi. Per questo, nasce l'esigenza di comunicare diversamente al consumatore. Alle imprese, anche a quelle medio-piccole, verrà richiesto tra non molto di rendicontare anche gli impatti sociali e ambientali».

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